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Ecco perché la ‘Cultura del Web’ deve ancora nascere

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Dopo soli otto mesi dall’allarme di Beppe Servergnini, ecco su La Stampa un altro articolo che la dice lunga su cosa sia la ‘Cultura del Web’ nelle aziende italiane.

Nel giugno 2014, il quotidiano torinese scrive:

Il 78% delle Pmi italiane possiede un computer ma appena il 34% ha un proprio sito e solo 3 piccole e medie aziende su 10 utilizzano il commercio elettronico come canale addizionale di vendita e acquisto.

È quanto reso noto oggi da Google, in occasione della tappa fiorentina di “Eccellenze in digitale tour”, il road show promosso da Google e Fondazione Symbola, che mira a valorizzare il Made in Italy, aiutando le aziende a digitalizzarsi per accedere e competere con più facilità sui mercati internazionali.

[…] Come spiegato da Diego Ciulli, senior policy analist di Google, «dobbiamo far ancora scoprire alle Pmi la cultura del web. Viviamo ancora in una cultura dominante mentre internet è oggi l’infrastruttura su cui si muove tutta l’economia globale. Il mondo ha letteralmente fame di Made in Italy. Su Google lo scorso anno le chiavi di ricerca on line collegate al Made in Italy sono cresciute del 12%.”

“Molto spesso i consumatori cercano il Made in Italy su internet ma non lo trovano”.

 

Non lo trovano… Quest’ultima considerazione è disarmante, veramente paradossale. Non ci si crede ma è la realtà: ho parlato con commercianti che spendono migliaia di euro l’anno per fare pubblicità alla propria azienda su cartelloni pubblicitari, col volantinaggio, addirittura comprando un spazi sui cartelli intorno alle rotonde stradali (ma chi mai le vedrà!?).

Risultati? Per loro stessa ammissione, il ritorno è quasi nullo. In compenso, non hanno una pagina Facebook, non sanno niente di Facebook Ads e hanno un sito web vetrina, modello brochure ipertestuale, senza aggiornamenti, senza un Blog, se non per scrivere di argomenti che nulla hanno a che fare con una strategia di educazione alla vendita dei propri prodotti o servizi.

Molti potrebbero pensate: “Beh, ma allora chissà quanto lavoreranno i programmatori, i web designer, gli esperti del settore… Se in Italiano siamo ancora così indietro, allora c’è moltissimo spazio per questo tipo di figure professionali“. Vero, ma non del tutto.

Programmatori e web designer non sono uomini di marketing. Le tecnologie per costruirsi un sito web da soli oggi sono alla portata di tutti, di quelli disposti a studiare almeno le basi, poi ci si può comunque affidare ad un esperto per i dettagli professionali come la grafica.

Ma nessun grafico e nessun programmatore potrà suggerirvi la strategia e le azioni da compiere per valorizzare il vostro sito in termini di contenuto, di orientamento al SEO (solamente nominando questa parola si fa entrare la maggior parte dei cervelli dei vostri interlocutori in standby), di costruzione di una mailing list, cioè di un pubblico interessato a ciò che propone la vostra azienda.

La Cultura del Web da noi è:Il sito web aziendale? Si, ok, c’è l’hanno in tanti, l’ho fatto anch’io, ora sono a posto“. E’ così, fidatevi, o anche: “Il sito web non serve a niente, è come le pagine gialle, sei presente e amen.

Il concetto ormai è chiaro, ci volevano però almeno un paio di post a riguardo.

Da ora in poi cercherò di essere costruttivo.

 

Sono un consulente free lance di comunicazione web. Aiuto le piccole aziende e professionisti a promuoversi e trovare nuovi clienti attraverso gli strumenti che Internet mette a disposizione.
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Italia, web e aziende: il tempo passa, i concorrenti corrono

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Leggere questo articolo di Beppe Severgnini, datato novembre 2013, all’epoca mi fu di grande aiuto. Non che già non conoscessi la situazione, ma leggere queste cose da un giornalista abituato a viaggiare e conoscere molte realtà straniere mi confermò che non ero pazzo.

Ecco un estratto dell’articolo, il mio commento prosegue più sotto.

Solo il 17% delle aziende italiane possiede un sito internet, contro il 34% della Spagna (fonte Google Inc.): in Nordeuropa le percentuali sono superiori.

siti vecchi

Foto di Nicolas Raymond | Creative Commons Attribution 3.0 Unported License.

Quando l’ho saputo, sono rimasto stupito? Per nulla. Martedì pomeriggio, nei dintorni del “Corriere”, ho incontrato una lobbista (settore energetico), un responsabile della comunicazione (un museo), un consulente (per un centro di formazione): tutt’e tre mi hanno spiegato che i siti delle rispettive organizzazioni non c’erano o non erano aggiornati. Account Twitter o pagine Facebook? Aspetta e spera.

L’economia digitale in Italia vale il 2% del prodotto interno lordo, contro il 4% della media UE. L’economia digitale del Regno Unito, che come finanze pubbliche e private non è messo meglio di noi, nel 2015 arriverà al 10% del Pil.

Secondo Boston Consulting Group, per ogni posto di lavoro che cancella, il digitale ne crea quasi due (1,8).

Del tema si occupa anche Enrico Moretti, giovane professore di economia alla University of California Berkeley, nel libro “The New Geography of Jobs”. Moretti spiega che la scelta della città dove vivere, negli USA, è fondamentale: ci sono San Francisco, Seattle, Austin e ci sono Detroit, Flint, Cleveland. Le prime innovano, la altre arrancano. Le prime creano posti di lavoro, le altre faticano a tenere quelli che hanno. In mezzo, spiega, “sta il resto dell’America, ancora incerto sulla strada da prendere”.

L’Italia è in quella terra di mezzo. Stiamo decidendo; ma il tempo passa, e i concorrenti corrono. Se perdessimo il passo di questa terza rivoluzione industriale sarebbe un disastro e un peccato. Perché pochi Paesi sono adatti al mondo digitale come l’Italia.

Abbiamo l’elasticità e la creatività. Abbiamo bellezza artistica da mostrare e bontà enogastronomiche da rivelare. Abbiamo luoghi speciali e formidabili nicchie industriali che aspettano di essere trovate. Internet è lì per questo. Ma noi siamo lì per Internet? (da corriere.it)

Mi era capitato, e mi capita ancora, di parlare con amici imprenditori e di non riuscire spesso a trasmettere l’importanza del web per la loro azienda.

Ma sì, noi siamo piccoli, Internet e roba per multinazionali” è uno dei tipici commenti. Ancora oggi, molti di questi miei conoscenti hanno una presenza web quantomeno discutibile e continuano ad affidarsi alle solite, vecchie tecniche di vendita, una tra tutte il mitico passaparola, e continuano a lamentarsi della crisi e del lavoro che va a rotoli.

Da qui e dall’esperienza maturata parlando con molti altri piccoli imprenditori, è nata l’idea di creare questo Blog, ‘Il Sito non Basta’, per cercare di sensibilizzare i tanti imprenditori, piccoli e medi (perché spero che quelli grandi si siano già sensibilizzati da soli),  sull’importanza che il web aveva per la loro attività l’altro ieri, non oggi.

Sì perché come scrisse Severgnini già nel 2013: il tempo passa, e i concorrenti corrono” e in Lombardia, la regione più moderna del nostro paese, ancora bisogna sgolarsi per cercare di far capire che per un’azienda non solo è indispensabile avere un sito web, ma oggi non basta più avere solo quello in termini di presenza su Internet.

Ma a cosa serve? Io un sito c’è l’ho ma mica mi porta clienti è un’altro dei classici commenti. Ed è proprio perché ancora oggi si sentono questo tipo di domande che Blog come questo servono, maledettamente.

Iniziamo da qui.

Sono un consulente free lance di comunicazione web. Aiuto le piccole aziende e professionisti a promuoversi e trovare nuovi clienti attraverso gli strumenti che Internet mette a disposizione.